"Ti prego, fallo per me!". Il ricatto emotivo funziona con i bambini?

"Ti prego, fallo per me!". Il ricatto emotivo funziona con i bambini?


Quante volte capita ad un genitore di scontrarsi in un comportamento o in un atteggiamento dei figli da cambiare? In un'abitudine che non può essere più tollerata per motivi di etica, di salute, di sicurezza o di benessere del figlio?

Moltissime volte, diremmo. Eppure sembra sempre più difficile riuscire a favorire il cambiamento, come se con il trascorrere del tempo, alcuni comportamenti si rafforzassero, rendendo impossibile qualunque via d'uscita, portando i genitori all'esasperazione.

L'esempio più classico è quello del cibo: il bambino notoriamente non ama mangiare la frutta o la verdura, e tenta ogni strada possibile per evitare di ingurgitare forzatamente cibo poco appetibile ai suoi occhi.


Ma certe sostanze sono importantissime per la sua crescita per cui mamma e papà entrano nel vortice dei mille tentativi messi in atto per convincere il figlio: ricompense, punizioni di vari tipi, deprivazione degli oggetti ludici preferiti per periodi di tempo e così via..

Una delle vie più tipiche, riconducibile all'esasperazione è il ricatto emotivo: "Per favore, fallo per Papà, fallo per Mamma, mangia!".

In Psicologia si individuano vari tipi di ricatti: quello di tipo Punitivo ("se non mangi, ti tolgo la Play Station per un mese", quello Autopunitivo ("se non mangi, non mangio neppure io") quello Seduttivo ("Se non mangi, non potrò portarti a giocare al parco giochi preferito") ed infine quello di tipo vittimistico ("Se non mangi, mamma è triste e si mette a piangere").

Quando il ricatto è in atto, si innesca un gioco di potere tra un esponente teoricamente forte ed uno debole. Si tende a ritenere che il ricattatore sia la parte forte, il ricattato quella debole e che i genitori siano coloro che sfruttano la propria autorevolezza nei confronti del figlio.

In realtà è l'esatto contrario. Il ricattatore in questi casi è parte debole, in quanto trovandosi in una situazione di svantaggio, preoccupazione, paura, ansia, tende ad assecondare ogni richiesta del ricattato (il bambino) pur di ottenere ciò che vuole. Questo meccanismo produce una serie infinita di tentate soluzioni che non portano mai a niente, dato che il ricattato acquisisce una serie di vantaggi secondari correlati ai comportamenti dell'ipotetico ricattatore (il genitore).

Se un bambino comprende che il proprio comportamento avrà evidenti vantaggi, ad esempio continue attenzioni, la possibilità di ottenere ciò che desidera sempre, egli continuerà a manipolare a suo modo i genitori, che insisteranno ad agire sempre seguendo la medesima strategia, fallendo spesso miseramente nei propri buoni propositi e facendoli ricadere nel vero e proprio ricatto emotivo.

In questo caso infatti, il senso di colpa diviene arma centrale, che viene attuata (spesso per disperazione) al fine di scuotere emotivamente il bambino pur di convincerlo a comportarsi diversamente dal solito.
Tuttavia esso è fortemente in conflitto con la sensazione di benessere e piacevolezza che un certo contesto dovrebbe normalmente implicare ( come ad esempio un pasto).

Il risultato è che il comportamento da cambiare sarà ancora più ancorato alla propria abitudine, in difesa ed in risposta al senso di colpa stimolato, che porterà il bambino a mettersi ancor di più in una posizione di rifiuto.


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Dr Fabio Ciuffini, 
Psicologo a Prato, Altopascio e zone limitrofe (Lucca, Montecatini)
Consulenza Psicologica per adulti. Psicologia Sport e Lavoro
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